Un pò di storia sull’origine della nostra uva

Carricante

Il Carricante, detto “Carricanti”, da sempre esclusivamente coltivato nella zona etnea, è un antichissimo vitigno selezionato dai viticoltori di Viagrande (versante est), solitamente nelle contrade più elevate dove il Nerello Mascalese difficilmente maturava o nei vigneti in miscellanea con lo stesso Nerello Mascalese e con la Minnella bianca (altra cultivar autoctona). E’ un vitigno che sull’Etna dà vini contraddistinti da un basso contenuto in potassio, da un’elevata acidità fissa, da un pH particolarmente basso (2.9/3.0) e da un notevole contenuto in acido malico. Gli ettari di Carricante iscritti oggi all’Albo dei vigneti Etna a D.O.C. sono circa 50 di cui quasi la metà con oltre 30 anni d’età.

Nerello Mascalese

Il luogo d’origine di questa cultivar a bacca nera, da sempre la più diffusa nella zona etnea, è sicuramente la piana di Mascali, alle falde dell’Etna, dove questo vitigno si coltiva da almeno quattro secoli. Il Nerello Mascalese dell’Etna, oggi, è un complesso di popolazioni clonali molto eterogenee.
E’ un vitigno di grande vigoria vegetativa e produttiva condizionata, sull’Etna, dall’annata, dalla zona in cui viene coltivato, dal sistema d’allevamento, dalla densità d’impianto e dalle pratiche colturali impiegate. Questo comporta una notevole variabilità qualitativa delle uve a maturazione, specie a carico d’alcuni costituenti polifenolici. Dal punto di vista qualitativo, l’esperienza ha ampiamente dimostrato che il sistema d’allevamento migliore per il Nerello Mascalese è quello tradizionale ed antichissimo ad alberello (2-3 branche per pianta con uno sperone portante due gemme) con alte densità di viti per ettaro (6.000/9.000 ceppi per Ha).
Purtroppo l’alberello, anche se è ancora il sistema d’allevamento più diffuso sull’Etna, è destinato ad essere abbandonato da parte dei viticoltori, a causa degli eccessivi costi di lavorazione e la mancanza di manodopera. I nuovi sistemi d’allevamento, soprattutto la controspalliera, spesso non danno per il Nerello Mascalese dei buoni risultati qualitativi.
E’ interessante osservare che il viticoltore etneo è stato sempre cosciente dell’importanza, ai fini qualitativi, di avere basse produzioni d’uva per ceppo, come dimostra il detto locale “Cu puta strittu campa riccu” – chi pota corto (e quindi induce basse produzioni per vite) vive da ricco. Allevato ad alberello, il Nerello Mascalese difficilmente produce più di 70 q.li per Ha. Nella zona etnea è facile trovare vecchie o vecchissime vigne di Nerello Mascalese in cui è curioso constatare la mancanza di un sesto d’impianto geometrico delle viti. Questo perché sull’Etna era, ed in parte lo è tuttora, molto diffusa la pratica di propagazione della pianta per propaggine. Un tralcio della vite è interrato a circa 80-100 cm di distanza dalla pianta madre. Dopo qualche tempo la parte interrata svilupperà delle radici, sarà quindi recisa e staccata dalla pianta madre, formando una nuova vite, completa di radici proprie. Con questa pratica non avviene l’innesto sulla vite americana e quindi la pianta così formata potrebbe, in certi terreni, essere soggetta alla fillossera. Il Nerello Mascalese, coltivato sino agli anni ’50 quasi esclusivamente nel catanese e nel messinese, negli ultimi 20/30 anni si è largamente diffuso nel palermitano e nell’agrigentino, dove è allevato principalmente a tendone ed a spalliera, tanto da diventare, dopo il Nero d’Avola, la più importante varietà ad uva nera siciliana. Deve la sua diffusione in queste province proprio all’alta vigoria produttiva esaltata da sistemi d’allevamento come il tendone (350-400 q.li per Ha) e la controspalliera.
Gli ettari di Nerello Mascalese oggi iscritti all’Albo dei vigneti Etna a D.O.C. sono circa 220 di cui quasi la metà con oltre 30 anni d’età.